Sulle orme di Bonatti Hervé Barmasse esplora le Alpi

Barmasse esplora le Alpi: è il "nuovo Bonatti" 2.0. L'alpinista valdostano deve raccogliere la difficile eredità dei due giganti italiani, Bonatti e Messner, della montagna che l'hanno preceduto. E rifondare l'alpinismo 2.0, a 150 anni dalla prime salite di Edward Whymper e di Jean Antoine Carrel sul Cervino. L’eredità dei pionieri dell’alpinismo moderno è stata raccolta da tante guide di Valtournanche. Fra loro c’è Hervé Barmasse, guida del Cervino come papà, nonno e bisnonno. Classe 1977, cresciuto all’ombra della Grande Becca, è oggi uno dei più forti scalatori al mondo.

Sterminato il suo curriculum extraeuropeo di prime ascensioni, fra Cina, Pakistan e Patagonia. «Fra tutti i “cervino” che ho scalato nel mondo”» dice, «Il legame con quello vero è speciale». Barmasse ha percorso, in prima solitaria, molte vie del Cervino, dalla Direttissima, alla Casarotto - Grassi, dalla Deffeyes allo spigolo dei Fiori.

Ma è andato oltre: come Bonatti ha voluto anche aprire una via «tutta sua»: «Sali da dove non è passato mai nessuno», spiega a proposito del Picco Muzio, sulla parete Sud, che conquista nell’aprile 2011, come prima tappa del progetto Exploring the alps con cui Barmasse, nello stesso anno, aprirà nuove vie anche sul Bianco e sul Rosa.
Il concatenamento delle quattro creste del Cervino
Nel marzo scorso, ecco la nuova sfida documentata nella pellicola Non così lontano: Barmasse concatena in solitaria le quattro creste del Cervino. Impiega 17 ore. Sale dal Furggen, scende dalla “Hoernli”, risale dalla Zmutt e scende dalla cresta “del Leone”.
Barmasse oggi sta terminando un libro e girando un terzo film con Nicolò Bongiorno, figlio di Mike. Ma soprattutto sarà una delle anime dei festeggiamenti per il compleanno del Cervino.

Dopo Walter Bonatti (l'ultimo esploratore delle vette), e dopo Reinhold Messner, che ha da poco decretato il fallimento del suo "alpinismo leggero", tocca ora ad Hervé Barmasse raccogliere la difficile eredità di quei due giganti della montagna che l'hanno preceduto. E rifondare l'alpinismo 2.0, a 150 anni dalla prime salite di Edward Whymper e di Jean Antoine Carrel sul Cervino. E a 50 anni dall'ultima impresa di Bonatti. Con le sue solitarie estreme ai limiti delle possibilità umane, in un ambiente misto ghiaccio-roccia, su un terreno delicatissimo come la parete infida del Cervino, Hervé è l'ultimo erede dei grandi dell'alpinismo "classico". All'inizio del centocinquantesimo della conquista del Cervino, tocca a lui tener desta la tradizione di Bonatti anche se il mondo è cambiato. Senza bisogno di andare sull'Himalaya, Hervé sceglie il terreno del Bianco, del Rosa e del Cervino per rimanere fedele a questo modello di alpinismo, andando alla ricerca di nuovi itinerari su un terreno classico estremo

Perché sulle Alpi ci sono difficoltà ancora da superare, da vincere. E lui ne dà la dimostrazione. Dopo quello eroico tra le due guerre, quello esplorativo del Dopoguerra, quello himalayano degli ottomila della fine del secolo scorso, il 37enne valdostano nato e cresciuto ai piedi del Cervino, con le sue solitarie che i massimi esperti di montagna non esitano a definire "sovrumane", propone una visione romantica, in chiave moderna, della montagna. Dopo aver girato le cime esotiche di altri continenti, ha deciso di tornare tra le vette di casa sua, il Bianco, il Rosa, il Cervino. Per una rivisitazione, e un rilancio, di un alpinismo che si credeva tramontato: quello delle Alpi. "Sotto sotto - dice il padre Marco - in Hervé c'è una fiamma che gli fa vedere belle le nostre montagne, e affascinanti le avventure su quelle cime". Per trasmettere le emozioni delle sue scalate, Hervé usa tutto lo scibile che la tecnologia multimediale mette a disposizione. Diventando cameramen delle proprie imprese alpinistiche delle quali è pure regista. E così la go-pro sul caschetto registra in soggettiva la moviola di ogni suo ansimare ad ogni centimetro scalato, mostra come sia possibile rimanere sospesi come dei geco umani nel vuoto con la sola tensione di due dita agganciate come uncini d'acciaio a una parete strapiombante, la temperatura sotto lo zero che ghiaccia le mani e rende paonazzo il viso. Le rocce che ti cadono addosso. La forza di volontà che sprigiona le energie necessarie per sfidare l'avversità della natura in quota. Il resto lo fa Internet. "Ben venga la "rete" - chiosa papà Marco - e in un attimo sei collegato con il mondo".

Così, con le emozioni regalate dalle immagini mozzafiato registrate in diretta dalla telecamera posizionata sulla sua testa, prende forma la visione romantica dell'alpinismo di Hervè. Con quelle fotografie che, nel silenzio delle sequenze, parlano, Hervé filma le vertigini, la sospensione nel vuoto, l'essere appesi ad un filo alla parete. Alla vita. Insomma, racconta una montagna che i suoi predecessori, pur fenomenali narratori come Edward Whymper con le sue stampe, non hanno potuto (per mancanza delle attuali tecnologie), raccontare. Montagna in "full HD", condivisa online con il mondo, questa la formula segreta di Hervé, non a caso attore, protagonista e regista di due film d'autore, "Linea Continua" (2010), e "Non così lontano" (2012). Un portato fiero da guerriero slavo, lineamenti spigolosi, sguardo malinconico, l'alpinista di Valtournenche sa di arrivare dopo tutti gli ottomila del mondo già scalati, mèta oggi del turismo di massa. E sa che divulgare la montagna dopo Bonatti e Messner pare una scalata impossibile.

Da un articolo su Repubblica di ALBERTO CUSTODERO
del 4 Gennaio 2015